Silvio Cristiano

Silvio Cristiano, inizialmente formato e abilitato come ingegnere civile e ambientale, ha ottenuto un dottorato di ricerca con lode su tematiche ambientali e territoriali, con una tesi (poi premiata) sviluppata tra l’Università Iuav di Venezia, l’Università Ca’ Foscari di Venezia e la ONG Emergency. In una prospettiva transdisciplinare, si occupa di sostenibilità integrata attraverso il pensiero sistemico, con frequenti focus su opere civili e studi urbani nonché sui nessi tra ecologia e società, questioni politiche ed economiche comprese. Vanta diverse attività didattiche, professionali e di ricerca a livello internazionale e inviti come relatore principale, docente e membro di supporto all’interno di conferenze, corsi e altri eventi internazionali. Oltre ad avere un incarico come teaching assistant per il programma di sostenibilità del Collegio Internazionale Ca’ Foscari, con un impegno continuo e contratti alterni da luglio 2018 lavora come ricercatore postdottorale per questo progetto bilaterale italo-cinese di grande rilevanza nazionale sul metabolismo urbano ed economia circolare. E’ di base alle università Parthenope (Napoli) e Ca’ Foscari (Venezia), in collaborazione con l’Università Normale di Pechino, presso la quale è stato ricercatore ospite nel novembre del 2019. In parallelo alle attività didattiche e di ricerca, è coinvolto come consulente, coordinatore e progettista in progetti di pianificazione, progettazione e cooperazione a livello nazionale e internazionale.

Come si integra il progetto “Analisi del metabolismo di conglomerati urbani e della strategia cooperativa dell’economia circolare” nel Suo percorso di ricerca?
Questo progetto si armonizza piuttosto bene con i miei interessi di ricerca, e in particolare con un approccio alla sostenibilità libero e onesto, capace di parlare alla città e persino all’economia, ma partendo dalle scienze ambientali, da un’etica sociale e da una visione d’insieme, valicando i limiti delle singole discipline.

Qual è il Suo contributo specifico nelle attività di ricerca del progetto? Quali sono le possibili applicazioni di questa ricerca nel futuro?
Sono uno dei due ricercatori ingaggiati appositamente: a tempo, a progetto. Credo che inizialmente il mio coinvolgimento fosse dovuto a un profilo tecnico-scientifico in grado di spaziare dalle questioni urbane a quelle tecnologiche, associando l’ecologia alla pianificazione e alla progettazione. Nel tempo, a questi aspetti mi sono trovato ad aggiungere il mio approccio transdisciplinare, arricchendo puri calcoli di contabilità ambientale con degli aspetti sociali, spaziando dal settore edile all’impatto turistico, dalle filiere agro-alimentari ai rifiuti, fino alla sostenibilità, alla resilienza e alle priorità di un sistema urbano nel medio-lungo periodo. Curo anche i rapporti tra i gruppi scientifici e chi si occupa di comunicazione e divulgazione dei risultati del progetto. Tra le possibili applicazioni future di queste ricerche vedo uno strumento di supporto alle decisioni cruciali cui sono sempre più urgentemente chiamate le città: per qualsiasi scelta da prendere a qualsiasi livello, trovo indispensabile avere un’informazione sufficiente e trasparente, così da allargare la platea del dibattito e da non incorrere in passi falsi: non un’ottimizzazione ad ogni costo, ma una comprensione più ampia delle implicazioni che ogni scelta comporta.

Nel corso del progetto, Lei ha svolto un periodo di ricerca in Cina. Come valuta la Sua esperienza in Cina? Quale valore aggiunto ha apportato alla Sua esperienza professionale?
Ho avuto modo di conoscere meglio un contesto in cui convivono un bagaglio culturale storico e le dinamiche economiche più recenti nelle quali si inseriscono le attività dei colleghi e delle colleghe con cui già collaboravo. Se mi è capitato di riscontrare approcci anche molto diversi a uno stesso tipo di valutazione, ho di sicuro arricchito e migliorato le mie capacità di dialogo interculturale.

Quali sono a Suo parere gli aspetti più interessanti del sistema cinese per un ricercatore italiano?
Durante il mio periodo in Cina ho trovato un ambiente molto giovane, dinamico e internazionale, con tante persone molto in gamba provenienti anche da altre zone dell’Asia o addirittura da altri continenti. La cosa che mi ha colpito maggiormente sono i mezzi messi a disposizione della ricerca. Parlo sia di strutture che di finanze: si lavora molto più serenamente se si hanno delle garanzie, uno stipendio stabile e dei fondi di missione e di divulgazione adeguati e accessibili; molto meno, ahinoi, se anche chi si è laureato da dieci anni deve aspettare sei mesi o più tra un contratto annuale e l’altro, a volte declassato in “borsa” semestrale, dovendo inventarsi di tutto per vivere mentre fa comunque ricerca. Tutte le persone che ho conosciuto negli anni scorsi, provenienti dalla Cina, poco dopo il conseguimento del dottorato di ricerca sono diventate professori associati: forse così si lavora meglio, di certo con meno fatica e maggiore dignità.